«Ero un uccello libero, ma quando è morto mio padre sono entrato in gabbia e non ho più volato per molto tempo». Così Abdullah racconta cosa ha significato per lui perdere suo padre all’età di 10 anni, sotto i bombardamenti in Afghanistan nel 2002.

Sua madre ha da poco partorito suo fratello, lui diventa l’uomo di casa. La sopravvivenza diventa la sua scuola, lavora la terra, vende frutta e verdura, carica e scarica merci per un supermercato e intanto finisce le scuole superiori. Ha solo 17 anni quando deve lasciarsi alle spalle la sua casa fatta di mattoni e fango, fredda nelle notti di inverno, ma riscaldata dal ricordo di suo padre che l’ha costruita, dall’affetto di sua madre e suo fratello e dai colori delle coltivazioni della loro terra.

Un mattino del 2009 esce di casa per andare in Moschea per la preghiera e non riesce più a farvi ritorno: i talebani hanno deciso che è il rifugio ideale per sfuggire alla polizia e se ne impossessano. Paradossalmente, dopo questo sopruso, è Abdullah a trovarsi nei guai: dalla polizia viene ingiustamente accusato di favoreggiamento del regime talebano, mentre i talebani lo minacciano dicendo che si vendicheranno perché ha favorito l’arresto di alcuni dei loro uomini.

Abdullah si trova senza alternative: pur non avendo colpe deve fuggire dal suo Paese. Faticosamente raccoglie i 5.500 dollari necessari per arrivare dall’Afghanistan in Grecia: «Ho fatto il viaggio della speranza, che in alcuni momenti era senza più speranza, davvero nessuna… Al confine con l’Iran ho visto le ossa dei viaggiatori che erano passati di lì prima di noi. Tra l’Iran e la Turchia abbiamo perso due compagni di viaggio». Lui e gli altri migranti, provenienti dal Pakistan e dal Bangladesh, diventano “merce umana”, passata di mano in mano tra ben 10 gruppi organizzati di contrabbandieri tra Afghanistan, Iran e Turchia. Nel viaggio via mare tra la Turchia e la Grecia, tentato più volte prima di riuscire, rischia di morire insieme ai suoi compagni.

Dopo circa un anno passato in Grecia, riesce a pagare i 3.000 euro necessari per raggiungere l’Italia: ha solo 100 euro in tasca Abdullah, ed è dimagrito di 10 chili. Arriva in Italia nel 2010, ormai maggiorenne, prima Lecce, poi Bari, Agrigento, Roma e infine Milano. Dorme nei centri di accoglienza, nei dormitori, per strada. Impara l’italiano, non sa cosa fare, alcuni gli suggeriscono di raggiungere la Germania, altri gli dicono di fermarsi qui. Non ha idea di cosa potrà trovare, quello che cerca è «un luogo dove poter avere un futuro, un luogo dove sentirmi protetto». Alla fine resta in Italia e fa domanda di protezione internazionale. Nel 2011 gli viene riconosciuta la protezione sussidiaria e sebbene sembri iniziare un nuovo capitolo della sua vita, la possibilità di regolarizzare la sua posizione lavorativa è ancora lontana.

Il lavoro non lo spaventa, fa esperienza come metalmeccanico, come aiuto cuoco in ristoranti e pizzerie, in una mensa scolastica, ma nessuno lo assume. Nel 2017 Abdullah, ormai venticinquenne, si rivolge al Naga-har per la ricerca lavoro e viene inviato al Centro Fleming del Comune di Milano per il corso di Addetto alla Ristorazione organizzato da Soleterre nell’ambito del progetto Work4Integration per l’inclusione lavorativa e il miglioramento delle condizioni di lavoro dei migranti.

In aprile, dopo il corso, inizia il tirocinio di 6 mesi presso uno dei bar gestito dall’azienda My Chef, si distingue per il suo impegno e viene molto apprezzato da chi lavora con lui, cosa che lo aiuta a ritrovare fiducia e speranza per pensare al futuro.

Ad ottobre, al termine del tirocinio, Abdullah è assunto con un contratto a tempo determinato e la possibilità di ricongiungersi finalmente con la sua famiglia sembra avvicinarsi: «A me sembra ieri che ho lasciato l’Afghanistan, eppure sono passati quasi 10 anni, sono partito giovane e ora sono un uomo responsabile, la vita di mio padre è passata a me e oggi posso dire di essere sulla buona strada. È bello trovare qualcuno che ti spinge ad andare avanti, grazie anche a questo progetto sono più vicino alla meta».

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