Prima di essere sanciti da una legge, i diritti riguardano la cultura di un popolo, nel senso ampio di civiltà, visione della società, valori, significati che vengono attribuiti alla propria e all’altrui esistenza. La sostanziale non applicazione dei diritti umani – anche se tradotti in norme scritte sia nazionali che internazionali – cui quotidianamente assistiamo è dovuta ad un problema di ordine innanzitutto culturale. Discussione e partecipazione sul tema non mancano, ma è grande il senso di impotenza davanti alla loro non applicazione e alla pratica dell’ingiustizia. Ci si sente piccoli, deboli e inermi di fronte ai “poteri forti” che nel mondo vogliono imporre una logica per la quale i valori guida sembrano essere benessere e sicurezza per pochi piuttosto che solidarietà, accoglienza e cooperazione tra persone e popoli per il benessere di tutti. Perché i diritti non sono ancora patrimonio collettivo? I diritti sono una risposta ai bisogni. La nostra civiltà ha conquistato, in una parte di mondo, il diritto alla soddisfazione dei bisogni primari (bere, mangiare) e lotta per quelli di sicurezza (spesso credendo erroneamente che per essere sicuri occorra armarsi meglio). Nella gran parte del mondo neppure i bisogni primari sono soddisfatti. Per arrivare alla diffusione dei diritti per tutti occorre la consapevolezza che, oltre a bere e mangiare, gli esseri umani hanno bisogno di soddisfare anche i cosiddetti bisogni sociali, di sentirsi parte di una società e di essere rispettati non perché si ha più degli altri, ma perché si sente che gli altri sono uguali a noi, nei diritti e nei doveri. Solo questa consapevolezza permette una ristrutturazione del modo di vedere il mondo.

Soleterre è nata proprio dalla convinzione che si può e si deve fare la propria parte per affermare la supremazia dei diritti e della giustizia sociale.

Damiano Rizzi, presidente di Soleterre

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