I dati che emergono dal rapporto “L’Italia per l’Equità nella Salute”, pubblicato dal Ministero della Salute, mostrano quanto ampie siano le disuguaglianze in Italia e quanto sia fondamentale ridurle con efficaci politiche trasversali che incidano sui determinanti sociali della salute.

Il Ministero della Salute, in collaborazione con l’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà, l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, l’Agenzia Italiana del Farmaco e l’Istituto Superiore di Sanità, ha da poco pubblicato il rapporto L’Italia per l’Equità nella Salute, che fornisce un quadro sistematico sugli effetti che le disuguaglianze socioeconomiche hanno sulla salute dei cittadini italiani. Nonostante in Italia si sia osservando un miglioramento progressivo delle condizioni di salute nelle ultime decadi, infatti, sussistono differenze tra classi sociali e tra regioni più o meno ricche.

Nel periodo che va dal 2012 al 2014, la speranza di vita dei maschi laureati superava di ben 3 anni quella di coloro che avevano il titolo della scuola dell’obbligo, mentre la differenza per le donne era di un anno e mezzo. Lo status sociale non si limita ad influenzare la longevità degli individui, ma ne compromette inevitabilmente anche lo stato di salute, con una prevalenza di persone affette da una malattia cronica grave pari al 23,2% tra i meno istruiti e all’11,5% tra i laureati nella fascia di età 45-64 anni.[1]

L’equità nella salute, tuttavia, non è ostacolata solo in verticale, ma anche in orizzontale: il Sud e le isole presentano un’aspettativa di vita più sfavorevole in tutte le fasce di istruzione. Il tasso di mortalità nel Meridione, ad esempio, è pari a 81,5 ogni 10.000 abitanti per le donne e 136,2 per gli uomini, a fronte del dato italiano di 75 per le donne e 128 per gli uomini. Dai dati riportati nel Rapporto Bes 2017 dell’Istat, risulta che la speranza di vita in Campania è la più bassa d’Italia con 81,1 anni, mentre la più alta si registra nella provincia autonoma di Trento con 83,8 anni.

La crisi finanziaria del 2008 e la crisi del debito pubblico del 2011, non hanno fatto altro che ampliare le differenze tra cittadini più e meno abbienti, settentrionali e meridionali, impoverendo ulteriormente la popolazione e acutizzando l’impatto che i determinanti sociali della salute hanno sulle persone più vulnerabili. La risposta non sanitaria al peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini non è stata adeguata e capace di arginare gli effetti della crisi (in particolare al Mezzogiorno), mentre dal punto di vista sanitario, non è stato fatto altro che aumentare le barriere di accesso alle cure (si pensi al super ticket introdotto nel 2011) e tagliare i fondi per la spesa sanitaria.

Negli ultimi 15 anni i cittadini meno istruiti hanno continuato regolarmente a rivolgersi al medico di medicina generale, ad usufruire di farmaci prescrivibili e di ricoveri, ovvero quelle che sono le prestazioni più accessibili, mentre sono i cittadini più abbienti (e più sani) ad aver usufruito maggiormente delle più costose visite specialistiche ed esami diagnostici. Questo fenomeno si traduce in numeri tutt’altro che incoraggianti: nel 2014 il 7,8% della popolazione italiana (5 milioni di cittadini) ha rinunciato a visite specialistiche e trattamenti terapeutici di cui aveva invece bisogno a causa di motivi economici. La percentuale si alza al sud, dove è il 10% della popolazione ad aver rinunciato alle cure perché troppo costose.

A fronte di dati di questo tenore, il rapporto L’Italia per l’Equità nella Salute ha il merito di porsi come strumento iniziale per avviare una riflessione più lunga e profonda sullo stato di salute e le iniquità sociali che caratterizzano i cittadini italiani.

Il documento, infatti, fornisce alcune linee guida e proposte di interventi in ambito sanitario; sottolinea più volte il ruolo che i determinanti sociali giocano, e di conseguenza richiama continuamente l’attenzione sull’importanza e la necessità di politiche trasversali, mirate ad una redistribuzione della ricchezza tra le varie componenti sociali, ad un miglioramento dell’istruzione, del contesto lavorativo e sociale dei cittadini. In seguito alla pubblicazione del rapporto è stata aperta una consultazione pubblica, conclusasi il 28 febbraio, che ha coinvolto portatori d’interesse sia pubblici che privati.

Nonostante il dialogo e le linee guida, rimangono tuttavia aperte tutte le questioni presentate, e diventa sempre più urgente la necessità di politiche attive ed efficaci che abbattano le barriere di accesso alle cure, che investano meglio e più risorse in sanità combattendo sprechi e corruzione, che combattano le disuguaglianze e che portino, finalmente, a raggiungere la Copertura Sanitaria Universale prevista dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 3.

 

[1] Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane (2018), Le disuguaglianze di salute in Italia www.osservatoriosullasalute.it/wp-content/uploads/2018/02/Osservatorio-sulla-salute_Le-disuguaglianze-di-salute_15_02_2018.pdf

Torna su